I D’ANGIO’:Compare sulla scena di Carinola Carlo I d'Angiò, noto per essere spietato e rapace con tutti i suoi baroni provenzali.Riccardo, già conte di Caserta, tradì suo cognato

Manfredi e gli svevi, passando armi e bagagli, nel 1266, ai d’Angiò; Riccardo fu, così, il primo barone meridionale a far ciò e inoltre molto fece per agevolare e aiutare i francesi di Carlo I d'Angiò discesi in Italia; in questo modo Riccardo si salvò momentaneamente dall’affermarsi del nuovo e feroce baronaggio provenzale che rimpiazzò quello svevo.

Successivamente la Contea di Carinola divenne “dono di nozze” dato dall’unica figlia del d’Angiò, Beatrice, al suo sposo, Filippo di Courtenay, Re di Tessaglia, figlio ed erede dell'imperatore di Costantinopoli Baldovino; il dono fu particolarmente gradito in quanto la contea di Carinola era abbastanza ricca e strategicamente importante anche grazie al suo imponente castello.

Ricca perché la sua copiosa disponibilità di prodotti agricoli, da esportare a Napoli, Firenze e oltre, anche in tempo di carestia, la rendevano tale. Queste informazioni sono confermate da un documento risalente al 1270 e da un registro angioino dell’epoca.

Anzi, la contea di Carinola, proprio a causa di questa sua ricchezza di prodotti agricoli, divenne una sorta di “premio” per tutta l'età angioina, premio destinato a compensare i baroni violenti e senza scrupoli venuti al seguito del d’Angiò.

Procedendo nella scansione temporale della storia della contea di Carinola e del suo Castello, occorre dire che nel 1282 fu la volta del milite e nobiluomo Goffredo di Janvilla. Poi fu quella del signore Sergio Siginolfo, di nobilissima famiglia napoletana. Quindi, nella contea di Carinola e a capo del suo castello, fu la volta, nel 1291, di un altro francese: Guglielmo d’Alneto, figlio di Gualtiero, Gran Siniscalco del re e Viceré appunto della Provenza (d’Alneto era l’italianizzazione dell’originale francese D’Aulnay)

Ancora una volta, al centro delle vicende vi fu un importante matrimonio. Infatti il figlio di Guglielmo d’Alneto, Roberto, sposò nel 1320 la nobildonna Isabella Stendarda, già vedova di Giacomo di Lagonessa (De La Gonesse, poi Della Leonessa), da cui ebbe una figlia, Margherita. 

Margherita sposerà in seguito, in seconde nozze, Bertrando del Balzo a cui porterà in dote Teano e la nostra Carinola con il suo bel Castello, che, a quel tempo, fruttava oltre 100 once in oro. Da Margherita e Bertrando nascerà nel 1332 Francesco del Balzo, Duca d'Andria, il quale si ribellò alla Regina Giovanna I con la quale ebbe un lungo conflitto.

Di poi nel 1347, in seguito al suo secondo matrimonio con Margherita, sorella del re Luigi di Taranto, Francesco del Balzo ebbe in dote la signoria di Carinola e ne fu così il signore.

 

Con la fine della dinastia sveva, gli angioini fecero riparare le mura cadenti del Castello.

Infatti, il castello già in età angioina fu al centro dei primi restauri e di attività di ricostruzione e più in generale di nuovi interventi.

 

Occorre dire, però, che durante tutta l’epoca angioina Carinola non conobbe stabilità politica e amministrativa, sviluppo sociale e protezione, che solo la guida di un unico signore e di un’unica dinastia avrebbero potuto darle.

Perché le sorti della contea di Carinola mutassero prendendo una nuova e più florida strada occorre attendere l’avvento dell’era aragonese e dell'affermarsi della signoria dei Marzano.

Grazie all’avvento degli aragonesi il Castello riprese la sua centralità nell'ambito della realtà carinolese. I nuovi interventi sul Castello videro e si giovarono dell'opera delle maestranze catalane in alcuni elementi architettonici e decorativi, ricollegabili alle opere in stile catalano che finirono con il contraddistinguere tutta la realtà del piccolo centro campano.

Già il cammino di ronda del castello nel 1383 era stato sormontato da merli a coda  di rondine, secondo l'usanza ghibellina, per  ordine  di Giacomo Marzano.

Di poi, Marino Marzano, Duca di Sessa Aurunca e Signore di Carinola, appartenente a una delle più antiche famiglie nobiliari, che possedeva una buona parte di Terra di Lavoro, nel quindicesimo secolo, portò a Carinola i fasti della dinastia Aragonese, tanto da guadagnarsi l’epiteto di “Piccolo Re della Campania”.

Nella seconda metà del quindicesimo secolo Carinola entrò in una nuova era politica, essendo colpita di riflesso dai mutamenti che interessarono Napoli. Infatti alla morte di Alfonso V d'Aragona gli successe il suo figlio illegittimo Ferdinando I detto Ferrante, che iniziò una dura lotta con i Baroni, i potenti feudatari del Regno, cercando di limitare il loro strapotere fatto di privilegi, indipendenza, abusi, acquisiti con il precedente sovrano. 

Ma i Baroni si opposero duramente alla politica di Ferrante e il loro malcontento culminò in due congiure; così Carinola conobbe “La congiura dei Baroni”.

E’noto che una profonda inimicizia legasse Marino Marzano e il Re Ferrante; Marino Marzano capeggiò quindi la prima congiura dei Baroni, essendone uno dei più importanti artefici. Alla congiura presero parte anche il segretario personale del Re Ferdinando D’Aragona, Francesco Petrucci, giustiziato a Napoli dal Re Ferrante il 26 dicembre 1486, con il fratello Giovanni Antonio e il padre Antonello.

In realtà Ferrante d’Aragona sfiorò Carinola ma non visse mai il Castello, utilizzando il territorio solo come suo casino di caccia e poco altro. 

In ultimo occorre dire che il Castello  seguì in tutto le vicende politiche del  borgo  che dominava, cosicché dalla metà del XV secolo in avanti passò nelle mani dei diversi feudatari che si alternarono al potere in  Carinola, tra cui, in particolare: i duchi Marzano, i baroni  Petruc­ci, i Borgia duchi di Candia, la casata dei Consalvo de  Cordova, i Carafa principi di Stigliano e per ultima la famiglia Grillo di Clarafuente.

 

L'impressione di imponenza e severità di questa dimora-fortezza oggi è tutta racchiusa e raccolta nel malandato rudere che resta.

 

Beh, con cipiglio disfattista, come a volte mi è solito, ho detto a proposito del Castello di Carinola che si tratta “del rudere di un rudere”; mi si perdonino però queste parole troppo affrettate e trancianti, ma così è e così è trattato, anzi, peggio se possibile.

Oltre a parti di mura verso est di quello che doveva essere il loggiato ed agli ambienti con struttura a volta della parte centrale, quello che resta è per lo più il rudere dell’imponente maschio. La grande e possente struttura superstite risale molto probabilmente al XII secolo, tempo in cui fu edificata la grande mole del castello ad opera dei normanni.

Il castello di Carinola probabilmente fu oggetto di qualche intervento in epoca angioina, ma proprio i ruderi del maschio fanno rilevare nel XV secolo un importante intervento da parte degli aragonesi ed evidenti sono i contributi ad opera di maestranze catalane. A testimoniarlo restano le quattro finestre in cui la mano degli artisti catalani resta pienamente leggibile.

Così oggi non ci resta che convivere con il rudere di un rudere; e questo è tutto quanto.


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